I "Café Philo"

Storia e caratteristiche

Cos'è un "café Philo"?
Storia dei "Café Philo"
I "Café Philo": una pratica filosofica pubblica
Il ruolo del filosofo
Il ruolo dei partecipanti al dibattito
Cosa si dibatte in un "Café Philo"?


 

Cos'è un "Café Philo"?

In breve, e molto genericamente, i "Café Philo" sono pubbliche dicussioni su argomenti vari - da questioni d’attualità, fino ai "grandi temi della filosofia" - svolte in luoghi pubblici - in genere bar o pub, talvolta librerie o biblioteche - ed aperti alla partecipazione di chiunque sia interessato, senza alcuna limitazione di cultura, formazione, orientamenti personali.

Il carattere "filosofico" di questi dibattiti viene loro conferito dalla presenza di un filosofo, che funge da "facilitatore" ed ha il compito di far procedere la discussione collegiale nella direzione di un progressivo approfondimento, attraverso il confronto e la problematizzazione dei contributi di volta in volta avanzati dagli altri partecipanti.

Ciò che differenzia questo tipo di "incontri" dalle più tradizionali "conferenze" è il fatto che il filosofo non è il protagonista: non sceglie il tema - che viene scelto solo all’inizio dell’assemblea, attraverso una decisione comune - e neppure lo introduce preliminarmente alla discussione, lasciando che siano gli altri a parlare per primi. In altre parole, qui il filosofo ha la funzione di "esperto" non già dell’argomento, ma degli "strumenti" con i quali tale argomento viene elaborato collegialmente.

Per esprimere la cosa in una breve formula: in questi dibattiti non "si parla" di filosofia, bensì "si fa" filosofia.


Storia dei "Café Philo"

I "Café Philo" nascono in Francia nel 1992, grazie all’iniziativa del filosofo Marc Sautet, tra l’altro il primo ad aprire in Francia uno studio di consulenza filosofica, sulle orme di quanto iniziato da Gerd Achenbach in Germania.

Nel suo Socrate al caffè, unico testo pubblicato in Italia ove si parli di "Cafè Philo", Sautet racconta che l’iniziativa nacque praticamente per caso: nel luglio del ’92, durante un’intervista radiofonica, gli era capitato di render noto che tutte le domeniche si incontrava con alcuni amici al "Café des Phares", in Place de la Bastille a Parigi, per parlare della recente apertura del suo studio di consulenza. Alcuni ascoltatori equivocarono, intendendo che, in quelle occasioni, egli si mettesse a disposizione del pubblico per parlare di filosofia, e si recarono a cercarlo. Nonostante l’equivoco, Sautet fu ben contento di intavolare estemporanee discussioni. Dopo alcune settimane si era già formato un "gruppo" che tornava regolarmente per riprendere il dialogo e proporre nuovi temi. I media, non sempre con parole lusinghiere, s’interessarono al fenomeno, che crebbe ancora, finché all’appuntamento domenicale giunsero a recarsi anche duecento persone, tanto che non bastavano gli spazi, molti rimanevano esclusi e le locandine di convocazione dovettero invitare gli interessati a presentarsi con largo anticipo e muniti di sedie personali…

Oggi - nonostante la prematura scomparsa di Sautet, avvenuta nel 1998 - il fenomeno ha prodotto oltre 170 "Cafè Philo" in Francia e un’ottantina nei più diversi paesi del mondo - perfino in Honduras e Nicaragua! Essi sono coordinati e sostenuti da un’associazione, Philos - diretta da Pascal Hardy, inizialmente collaboratore di Sautet - che ne promuove l’attività, favorisce la creazione di nuovi "circoli", pubblica una rivista dallo stesso nome ed ha una ricca pagina Internet che presenta annunci da tutto il mondo e materiali di quanto i "Cafè Philo" fanno o hanno svolto in passato.


I "Café Philo": una pratica filosofica pubblica

Per illustrare le caratteristiche specifiche di queste discussioni filosofiche pubbliche possono essere utili alcuni estratti dalle pagine Internet di Philos:

(…) in un luogo tradizionale quale è il bar, con il suo disordine sonoro e visivo, si sono ricreati per la prima volta dei momenti di necessità e di piacere. Necessità, per l’attenzione posta a quanto è alla base della filosofia: il passagio dall’opinione all’idea. Piacere, perchè la parola diretta e la riflessione individuale riprendono per un momento i loro diritti persi nella "comunicazione".. I bar diventano così luoghi per un tentativo di riflessione in comune. (…) Una delle idee che prevale in questi Caffè è che nessun argomento è filosofico in sé, ma ogni argomento puo’ essere trattato filosoficamente.
 
Cio’ che qui si è tentato è "fare filosofia", ma non come divulgazione o storia della filosofia. Si tratta di una pratica complementare e di natura diversa da quella del liceo, dell’università o della lettura solitaria. Ed è anche una pratica che si rivolge a tutti: percio’, vengono al Cafè Philo persone di tutti i ceti sociali e di tutte le età, che fanno filosofia insieme, creando così un’intenso scambio culturale. Tutto avviene con la parola e con lo scambio, indispensabili alla riflessione. Ma non inganniamoci: il gruppo è diretto, e coordinato da un moderatore, in modo che si costituisca una vera inchiesta attorno all’argomento.
 
(Philos) raduna coloro che abbiano un concetto della filosofia che favorisca un doppio movimento: dalla strada verso la riflessione filosofica e dai filosofi verso la città. I suoi aderenti vogliono perciò essere nel centro dell’attuale dinamica che tende a fare scendere la filosofia nella strada.

Perché queste intenzioni degli iniziatori dei "Café Philo" si possano realizzare veramente, è anzitutto necessario che i partecipanti siano animati da un concreto interesse e che portino con sé caratteristiche che sono alla base della filosofia, ma sono anche sempre presenti in ciascun essere umano, per quanto talvolta assopite e sovrastate dal conformismo della cultura dominante: curiosità, fantasia, desiderio di comunicare (nelle sue due forme: mettere in comune ciò che pensiamo e ascoltare ciò che gli altri hanno da mettere a loro volta in comune) "spirito ludico" - sebbene da introdurre all’interno di un "gioco serio", nel quale "ci si mette in gioco".

Oltre a questi presupposti generali, è necessario che i diversi ruoli - quello del filosofo e quello dei partecipanti non "esperti" in filosofia - vengano svolti soddisfando alcune precise condizioni.


Il ruolo del filosofo

Come scrive Sautet nel suo libro, il filosofo "di professione", può presentare alcune resistenze ad affrontare un’"attività" come quella del "Café Philo", a causa di una diffidenza ed un’incapacità di "mettersi in gioco", che egli ha maturata attraverso l’abitudine all’insegnamento. L’insegnante, scrive Sautet,

impone il suo tema all’uditorio. Sono rari i momenti in cui il corso gli sfugge di mano. E così si erge a pedagogo: di questo è incaricato, questo gli viene richiesto, e questo fa. Se lo si prega di approfondire lì per lì una nozione che non era in programma o di sondarla in diretta, senza preparazione, sarà preso alla sprovvista: il suo istinto sarà quello di tirarsi indietro, per non cadere nella "discussione da bar", a meno che non disponga ancora di una freschezza di spirito tale da stare al gioco. Se non possiede una fiducia totale nella sua facoltà di analisi e nella capacità di mobilitare il suo stock di riferimenti, il professore normale chiederà... di poter riflettere. Perché accettare il dibattito su un tema è già rischiare di avere torto. Quando si è presi alla sprovvista, si può essere superati in velocità da un intervento o spingersi in un campo che non si conosce. Può succedere di trovarsi intrappolati, di imboccare un vicolo cieco, di essere costretti a fare marcia indietro, di contraddirsi, insomma di trovarsi in una situazione da comuni mortali.

Eppure, afferma ancora Sautet,

Colui che accetta di mettersi a disposizione dei profani per trattare un argomento a loro scelta, si trova nella posizione migliore. (Infatti) la posizione normale della riflessione non è quella nella quale ci scegliamo gli argomenti su cui riflettere, bensì quella nella quale gli argomenti ci vengono imposti dalla vita, dall'attualità, dal prossimo. Pertanto, è la posizione dell'insegnante che non è naturale, è lui che è sfalsato nei confronti della realtà. (…) Il dibattito al caffè è una prova per il filosofi, un test per la filosofia (...). Immersa nelle preoccupazioni di tutti, la metodologia filosofica deve dimostrare che, in effetti, può vincere la doxa, l'opinione, pubblica e non.

Il ruolo del filosofo entro il "Café Philo" rivaluta inoltre un aspetto della filosofia oggi spesso trascurato: l’aspetto dialogico. La filosofia è dialogo, e nel dialogo non c’è solo il parlare ma anche l’ascoltare. Afferma ancora Sautet:

Il filosofo non è colui che dispone di una risposta a tutte le domande. È piuttosto colui che s’incuriosisce delle risposte già date, sia di quelle predominanti che delle loro rivali. È colui che interroga, colui che rimette in questione quelle che vengono considerate soluzioni. A dire il vero, se esercita seriamente la sua arte, deve prima rimanere in ascolto di ciò che si dice. (Insomma,) la giusta posizione del filosofo non consiste nell’affermare ma nell’interrogare. . Al caffè - come altrove e forse di più - succede che, su ogni argomento, molti abbiano tante cose da dire. È perciò un luogo ideale per sottoporre al vaglio della ragione le opinioni più varie e più diffuse; sollecitandole, mi pongo nella giusta posizione. (...) Per il filosofo, perciò, è molto più naturale intervenire per secondo, invece di parlare per primo. Il suo intervento richiede del già fatto e del già detto. (...) Su qualunque argomento, esiste sempre almeno una causa da difendere e spesso anche molte di più. Perciò i difensori si esprimono per primi, e le difficoltà emergono da sole, poiché gli oratori entrano spesso in conflitto gli uni con gli altri. Mi spetta, allora, di mettere in evidenza le opposizioni, renderle lampanti, portare l’assemblea all’altezza della situazione, e quindi richiederle di trovare una soluzione o di ammettere che esiste una contraddizione irriducibile, almeno fin qui, cioè nei limiti del nostro dibattito.

Dunque, il filosofo che voglia "praticare" un "Café Philo" deve esser in grado di affrontare questa "sfida", di assumersi il rischio di un’improvvisazione che non deve però mai sconfinare nella semplicità e nella banalità. Esiste tuttavia un altro pericolo che egli deve aver l’accortezza di evitare: quello di cadere nell’intellettualismo. Perché, se lo spirito della "filosofia pratica" - la sua aderenza alla "vita reale" e ai problemi quotidiani di tutte le persone - deve essere rispettato, è necessario evitare che il dibattito si trasformi in un dialogo dotto tra "esperti", che vi prenda piede quella che Sautet chiama "la tendenza al rilancio sul tono serio". La settimana scorsa, ed anche poco fa, abbiamo parlato dell’intrinseca prossimità tra filosofia e gioco: gioco "serio", sì, ma non "serioso", condotto con curiosità, fantasia, partecipazione ampia e paritetica di tutti coloro che desiderino prendervi parte. Le esperienze straniere - ma anche il buon senso - ci rivelano invece quanto sia facile che, in un incontro pubblico, la naturale timidezza e reverenza dei partecipanti meno "colti" in materia filosofica e la tendenza - forse meno "naturale"! - dei più navigati a monopolizzare l’attenzione, facciano incombere il pericolo di trasformare un dialogo collegiale e collaborativo in un monotematico botta-e-risposta tra pochi, di rendere lentamente ma inesorabilmente il linguaggio usato incomprensibile ai più, di ridurre una discussione "libera" ed autonoma ad una serie di citazioni di autori del passato. Un pericolo da evitare, pena la trasformazione del "Café Philo" in un "circolo per iniziati"!


Il ruolo dei partecipanti al dibattito

Ed i partecipanti? Qual è il loro ruolo, cosa gli spinge ad incontrarsi settimanalmente in un bar per discutere filosoficamente?

Sautet cita alcune delle sarcastiche considerazioni svolte dai giornali francesi quando il fenomeno divenne famoso e meritò l’onore della cronaca:

Sautet ha lanciato una nuova moda: quella della ginnastica del cervelletto. Dopo lo sport nel trottoir e la filosofia nel boudoir, ecco venuto il tempo della filosofia al bar. Che cosa pensare di queste appartate riunioni? Testimoniano una rivincita delle lettere? Sono congreghe alla moda per privilegiati smarriti? O, più tristemente, si tratta di terapia di gruppo, indolore, sul divano? Un insieme di tutte queste cose, certamente. E’ l’avvento della cultura self-service, senza altre modalità d’uso che quelle dettate dalle proprie domande sull’esistenza. Troppo comodo.

Ci sono molta presunzione e maldicenza in queste affermazioni, alle quali giustamente Sautet risponde osservando quanto sia assurdo ritenere un "crimine contro la cultura" riflettere insieme sul comune destino della civiltà, quanto sia parziale e cieco accusare i "Café Philo" di essere "cultura self-service", mentre proprio questo stesso genere di "cultura" impera oggi ovunque, in particolar modo su giornali e televisione.

Ed anche la sarcastica identificazione di queste discussioni filosofiche pubbliche con delle "terapie di gruppo", indolori e a buon mercato, non è meno saccente e acritica. C’è, nella nostra cultura, una sopravvalutazione dei termini "patologia" e "terapia", che deriva loro dal successo - senza dubbio meritato e tuttavia troppo pervasivo - delle psicoterapie e della psicoanalisi in particolare. Un riflesso di quella sopravvalutazione lo possiamo cogliere in quella critica, la quale giunge a pensare che tutti coloro che dedichino una parte del loro tempo a discutere, riflettere ed indagare "problemi" siano affetti da qualche forma di "patologia psicologica", evidentemente presupponendo che - se fossro sani - non avrebbero quei "problemi" e si occuperebbero di attività più "produttive" - come guadagnare denaro, fare sport, bricolage - o di "autentica" cultura - ridotta alla mera "evasione" e non riconducibile ad un’occupazione mirata all’indagine della realtà. Una tale concezione sembra dimenticare che l’uomo agisce - sebbene non eclusivamente - in larga misura sulla base della propria visione della realtà, e che nessuna delle visioni della realtà di ciascuno di noi può mai essere del tutto completa, coerente, esente da aspetti problematici irrisolti. Essa sembra presupporre dogmaticamente la validità indiscutibile d’una ideologia dominante, alla quale sarebbe patologico non conformarsi. Una "ideologia" dominante che vede il "fare materiale" come qualcosa che si mette in atto senza riflettere, senza chiedersi mai "perché?", "è giusto?", "è davvero il meglio per la mia vita, per quella dei miei cari, per qualla dei miei simili tutti?".

Altrettanto conforme ad una fin troppo pervasiva e omologante cultura è l’accusa rivolta ai "Café Philo" di essere "ginnastica per il cervello". Una cultura, quella contemporanea, per la quale è necessario tenersi in allenamento in tutto, fuorché nelle capacità di pensare! Eppure, chiunque ha potuto sperimentare di persona quanto sia difficile tornare ad occuparsi di questioni intellettuali di una certa complessità, dopo averle abbandonate per un certo periodo. Forse, la grande diffusione di palestre, centri di benessere e persone impegnate a fare footing, a fronte della scarsità di luoghi ove ci si affatichi nelle attività intellettuali, oltre che al conformismo e alla moderna supremazia dell’apparenza, è dovuta al fatto che mentre l’obesità, la diminuzione delle capacità fisiche, gli acciacchi del corpo sono palesi e macherabili con difficoltà, la perdita delle abilità argomentative ed intellettuali, l’"arrugginirsi" della propria mente possono sempre esser mascherate con lo sfoggio di cultura, l’arroganza o l’arroccamento sui dogmi del conformismo.

Con ciò non voglio dire che lo scopo dei "Café Philo" sia quello di "allenare la mente"; più semplicemente, che questo aspetto accessorio non abbia nessuna ragione per esser oggetto del sarcasmo!

Dunque, per tornare al tema delle motivazioni e del ruolo dei partecipanti al dibattito filosofico, chi si reca ad un "Café Philo" lo può fare perché spinto da un interesse intellettuale, dalla necessità di capire meglio alcuni aspetti della realtà, da un problema specifico che lo arrovella e che desidera discutere con altri in modo quanto è possibile approfondito, forse - in alcuni casi - anche perché di fronte a personali difficoltà nel prendere posizione su questioni d’attualità (Sautet racconta come nel ’92, nel periodo dell’intervento europeo nella guerra civile somala, venne discusso il tema dell’"ingerenza"). Ma lo può fare anche per non far "arrugginire il cervello", perché stanco del cicaleccio televisivo e della banalità delle autentiche, vacue "chiacchere da bar". O, ancora, lo può fare per "incontrare", realmente, dei suoi simili, per incontrarli aldilà della presenza fisica, per confrontarsi con loro in un contesto nel quale ognuno "si mette in gioco", esprime senza riserve, ma anche senza pretese di egemonia, ciò che pensa, ed ascolta criticamente, ma anche con spirito di comprensione, ciò che gli altri hanno da dire su un tema di interesse comune.


Cosa si dibatte in un "Café Philo"?

I temi sono piuttosto vari. Nel suo libro, Sautet ne cita alcuni:

la morte (primo tema affrontato al "Café des Phares"), La violenza è propria dell’uomo o si trova negli animali e in natura?, Il tempo, Una decisione la prendiamo, o ci prende?, Abbiamo diritto di negare l’evidenza?, Da cosa riconosciamo un dubbio?

Altri si possono trovare nelle pagine web di altri "café" sparsi per il mondo:

Cos’è la vita?, La coscienza, La libertà, Qualcosa dal nulla, L’egoismo - ed ancora altri decisamente più "quotidiani" - Cos’è il matrimonio?, L’apprendimento, Assumersi i rischi, Il contorto significato delle parole, La coscienza tecnologica, Lo spirito del tempo, La creatività, Il sonnambulismo, Cos’è la vera amicizia?, I miracoli, Ridere in un mondo triste.

E' auspicabile che i temi possano allargarsi fino a comprendere l’analisi di questioni di forte attualità (Sautet afferma che, nel periodo dell'intervento ONU in Somalia per sedare la guerra civile, il suo gruppo discusse il tema dell’ingerenza). Nonostante il rischio reale di scivolare dal confronto allo "scontro", se ne avrebbe il vantaggio di tornare a cercar di comprendere le questioni, prima di prendere partito su di esse - difetto assai diffuso nella nostra cultura.